Inizio di marzo 2020

Da qualche giorno giungono notizie allarmanti sul virus che, arrivando a mo’ di tsunami dall’estremo oriente, ci sta aggredendo. Forse un commerciale rientrato, forse una riunione di lavoro, un funzionario di una casa di ricambi tedesca, forse, forse, forse… e intanto gli allarmi individuali scattano verso l’alto come sprazzi di fontana singhiozzante.

Comincio a prendere sul serio questi allarmi, divengo guardingo, ma non mi nego l’uscita per un salto al negozio di elettricità; stavo per prendere la macchina e andare fino al grande emporio fuori città, ma poi mi dico che devo anche muovermi per la salute e per respirare un po’.

Sono le nove e mezzo di mattina e fuori piove, la pioggia non mi ha mai fatto paura, anzi, più infuria e più la coccolo e mi faccio coccolare. Allora mi copro bene, penso che se anche mi bagno un po’ dalle ginocchia in giù, poi c’è il rientro consolatorio in casa, ed esco.

In effetti scroscia a tratti. Scendo per un percorso che normalmente non pratico: sono quasi un fanatico dei percorsi alternativi, la routine non mi è mai piaciuta tanto, soprattutto nei percorsi. Faccio la mia commissione, esco col mio connettore-capocorda in tasca, convinto di ripercorrere in salita quanto avevo disceso con piacere di solitudine e libertà – questa frase mi richiama la baldanza del proclama di Diaz per la Vittoria e il riscatto dalla sconfitta di Caporetto.

Ma uscito dal negozio mi si para davanti l’entrata della funicolare che viaggia fino al poggio del Righi e la voglia mi prende, rapido bilancio della riorganizzazione dei successivi 40/50 minuti – tra l’altro ho da prepararmi su Aristotele per assistere mio nipote nel difficile approccio al filosofo più importante (e complicato) delle origini – e m’infilo nell’atrio della stazioncina.

Manco da Genova da così tanto tempo che la brama della riscoperta si fa forte, forte. Poche volte in un passato lontano, ai tempi dell’università, avevo utilizzato questa funicolare che, come tutte le manifestazioni tecnologiche di un tempo, mi affascina per l’inclinazione, la lentezza dell’approccio alle stazioncine-fermate, lo scambio di binario con il convoglio che viene in senso contrario. Mi ricorda quella della mia città natale, Livorno, e la salita al santuario di Montenero: anche lì si sale in vista mare.

Oggi è il giorno della riapertura dopo un lungo periodo di manutenzione, quindi, a parte il paventato dilagare del virus, i passeggeri sono veramente pochi e questo anche per l’ora.

Salgo quindi studiando dove fermarmi per ridiscendere a valle a piedi fino a casa.

La pioggia dà tregua e un qualche squarcio si produce nei nuvoloni neri e minacciosi. Non ho mai preso una foto della città con una giornata così brumosa, chissà come si difende, la città, chissà se il suo fascino è turbato dal grigio che la avvolge, se svetterà superba come sempre, se trasmetterà le solite coinvolgenti, inconfondibili parole d’amore sussiegose, chissà!

E allora, invece di scendere, proseguo fino al capolinea, salgo i pochi gradini che sfociano sul terrazzo panoramico e le conferme arrivano, avvolgente, libera, forse triste ma troppo altera per dirlo, ecco che un po’ velata appare la Superba.

Che spettacolo! Sempre.

La bruma attenua la visione e bisogna già conoscere la scena per individuare i dettagli, anzi, quasi immaginarli. Si prova anche un po’ di malinconia dettata dal grigio, dall’umido e dalla momentanea solitudine.

Scattate due foto, torno indietro rapidamente pensando di riprendere la funicolare in discesa fino a Corso Carbonara e poi fare la passeggiata in piano fino a casa, ma scendendo le scale vedo la fermata del 64 e considero che quella linea mi porta a Manin direttamente: a casa.

Per di più fa un percorso un po’ contorto, ma piacevole, in cornice sulla valle del Bisagno con vista su Staglieno e sulla collina prospiciente.

Controllo sull’applicazione del mio telefono il prossimo passaggio e scopro che dovrò aspettare un po’ meno di un quarto d’ora; poco male, c’è la pensilina, non fa poi così freddo – anche a febbraio la giornata sciroccosa è tiepida – e non ho fretta.

Mi siedo, il sedile metallico trasmette una sensazione di freddo ma non mi dà fastidio, e mi rilasso ad aspettare rimettendo in tasca il telefono, è meglio un po’ di silenzio e di ascolto del frusciare degli alberi con il ticchettio della pioggia sul tetto della pensilina, osservo, noto che intorno ci sono tanti alberi di acacia e considero che è una zona propizia per la bottinatura delle api: chissà come sono contenti gli apicultori della zona.

Insomma, incomincio beato a impostare tutta una serie di ragionamenti dettati dall’intrecciarsi di osservazione e vissuto.

Passano pochi minuti e i miei pensieri vengono interrotti da una signora che aprendo il finestrino di destra della sua macchina, con rara gentilezza si offre di portarmi a valle.

Lì per lì l’interruzione del flusso dei miei pensieri mi disturba, ma è un attimo, e poi tanta è stata la delicatezza della proposta che mi son detto che avrei dovuto accettare di buon grado. Acconsento quindi e salendo mi imbrano anche abbondantemente nel mettere la cintura: non sono abituato a stare al posto del passeggero.

La conversazione è innescata immediatamente dalla signora con la considerazione che si prestava volentieri a questo passaggio visto il tempo e da lì siamo subito passati a parlare delle disponibilità verso gli altri, innescando discorsi di educazione dei giovani, di cultura dei giovani, di attenzione ai giovani.

I giovani sono stati il fil rouge del poco tempo che è servito al percorso a valle. E si sono succeduti giudizi di apprezzamento e di biasimo verso la corrente generazione dei quindici-sedicenni, dell’importanza del tramandare cultura, cosa per me vitale nel pensiero tanto che ne ho fatto massima del mio ex-libris, della difficoltà per questa generazione di trovare riferimenti sociali validi, dell’ottusità e maleducazione che caratterizza certi egoismi sociali fino alla mia definizione un po’ apofantica che enuncia che gli italiani non sono un popolo, ma un’accozzaglia di individui egoisti.

Ma quanti argomenti, anche impegnativi, abbiamo affrontato in così breve tempo!

Arriviamo a Piazza Manin e facciamo le formali presentazioni scambiandoci verbalmente i nostri nomi e la promessa di incontrarci sui social.

Il nome, e l’aspetto, della signora mi dicono qualcosa, ma non riesco a collocarlo immediatamente.

Forse c’è stato un sindaco con quel nome. Sono giustificato dal fatto che manco, in permanenza anche se rientrato spesso sporadicamente, da Genova dal 1983 e le mie conoscenze dei redattori Rai genovesi è ferma a Giorgio Bubba.

Entro in casa, mi metto a video e improvvisamente mi si apre il contesto che fino a pochi minuti prima era stato solo una serie di sensazioni: di conoscere la signora anche se indirettamente, di aver conversato con un livello di contenuti ben sopra alla media di un banale scambio meteorologico da ascensore, di aver fatto uno di quegl’incontri che leniscono e stuzzicano al contempo.

Ricordando il primo impulso alla fermata, che mi aveva visto imbarazzato per l’interruzione dei miei pensieri, ho subito ridimensionato quel giudizio dicendomi che anche quel giorno avevo imparato qualcosa, che gli scambi culturali possono essere inaspettati ma sempre graditi e che se capitano così intensi nel loro avvolgerti fanno cultura e ne perpetuano il valore. Anche col titolo di questo racconto mi sento un po’ invadente per aver profanato il premio Nobel Giosuè Carducci con considerazioni di fermata, di rotaie e di tempo uggioso, autunnale e il continuo accavallarsi di enjambement.

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